partecipare è libertà

fondi pensione chiusi, iscritti non lo sapevano....

28.04.2017 17:33

Articolo sull Fatto Quotidiano del 19-4-2017 a pag. 17

L’italico genio per le soluzioni pasticciate ne ha escogitata un’altra: gli iscritti-fantasma ai fondi pensione. A monte vi è una strategia applicata da qualche anno per truccare le carte della previdenza integrativa. Nei rinnovi contrattuali i sindacati sottraggono una quota di aumento salariale per i lavoratori e la dirottano d’imperio ai propri fondi pensione, pure per chi saggiamente non vi vuole aderire. Sono somme a volte minime, come 100 euro l’anno. Tanto il solo fine è gonfiare surrettiziamente il numero degli iscritti. È avvenuto per gli autoferrotranvieri con Priamo e per gli edili con Prevedi. Ciò reso possibile sbandierare una crescita del 25% in due anni delle adesioni ai fondi pensione chiusi, ovvero sindacal-padronali.

La cosa si è ripetuta con Eurofer, quello per il settore ferroviario e l’Anas, il cui contratto prevede che la società “si fa carico di versare un contributo per tutti i lavoratori non iscritti”. Capito? Per i non iscritti al fondo.

Ma qualcuno non gradisce essere preso in giro. Così per esempio Marco Esposito, dipendente dell’Anas di Torino, ha segnalato la cosa e le sue incongruenze, addirittura producendo la sua busta paga. Vediamo 13,62 euro fra le voci della casella n. 33 come Contributo Fondo Eurofer, in palese contraddizione con la casella n. 44 che riporta invece 0,00 quale Contributo Eurofer. Qualcosa non gli quadra; anzi parecchio. Non ha ricevuto le credenziali per accedere alla sua (?) posizione nel fondo, né la prevista welcome letter (lettera di benvenuto, ma basta con l’inglese inutile!).

Ma insomma Marco Esposito e gli altri come lui sono iscritti d’ufficio a Eurofer o no? I contributi risultano a loro nome o no? Dopo molte richieste è arrivata qualche risposta: per cominciare dev’essere cambiato lo statuto del fondo (e perché non pensarci prima?), poi ci vuole l’approvazione della Covip, organo di vigilanza, ecc. Ma in ogni caso, per chi non vuole aderire, i soldi versati che fine faranno? Se fosse rispettato il principio di volontarietà nell’adesione, dovrebbero rigirarli ai lavoratori.

Beppe Scienza

 

Previdenza integrativa, 10 anni di delusioni

Previdenza integrativa, 10 anni di delusioni

1 Marzo 2017 :: Beppe Scienza :: Previdenza integrativa? Meglio il TFR

Articolo sul Fatto Quotidiano del 1-3-2017 a pag. 17

Il Sole 24 Ore pubblica un articolo e i sindacalisti lo affiggono nelle bacheche aziendali. Sembra strano, trattandosi dell’organo di stampa della Confindustria, in linea di principio loro antagonista e non alleata. Invece non lo è, quando l’argomento sono i fondi pensione chiusi o negoziali, le cui poltrone (presidenze e altri organi) sono spartite per legge fra sindacati e associazioni imprenditoriali. Da ciò tale innaturale corrispondenza di amorosi sensi.

Il canovaccio si è puntualmente ripetuto a dieci anni dal semestre gennaio-giugno 2007 di silenzio assenso per il TFR. I lavoratori del settore privato, che allora non si opposero, sono rimasti incastrati per tutta la vita lavorativa nella previdenza integrativa e, di regola, proprio in un fondo sindacal-padronale.

In questi giorni molti lavoratori leggono nelle bacheche sindacali e nelle e-mail titoli quali “il fondo pensione batte Tfr 4 a 2” oppure che i versamenti alle gestioni di categoria “hanno reso in media il 44% in più”. Spiace per gli interessati, ma non è vero. Come al solito, fallimenti vengono spacciati per successi.

In realtà sul fronte dei rendimenti la previdenza integrativa ha fatto cilecca. Lo vediamo, partendo dalla basilare ricerca dell'area studi di Mediobanca "Dati di 1003 fondi e sicav (1984-2015)", integrata per l'anno scorso coi rendimenti provvisori della Covip. Da fine 2006 a fine 2016 la performance complessiva media dei fondi pensione chiusi risulta il 38% netto, che può essere spacciata per buona e invece non lo è.

Poiché tali fondi investono nei mercati finanziari, vanno innanzitutto confrontati con essi. Possiamo per esempio prendere a riferimento tutti i Btp non brevissimi: +71,4% netto nel decennio e ancora di più con quelli lunghi. Poi, viste tutte le vanterie sulla diversificazione azionaria, l’indice Morgan Stanley World: +47,6% in euro. Dando per buona la ripartizione fra comparti adottata, ai gestori bastava copiare i mercati per ottenere qualcosa come il 50% netto. Ciò equivale a un minus di gestione nell’ordine del 12%. È vero che meriterebbe approfondire e magari anche risalire alle cause (movimentazione esagerata, costi occulti, malversazioni ecc.). Impresa però impossibile per la totale opacità della previdenza integrativa.

Ma soprattutto i fondi chiusi non hanno affatto “reso il 44% in più del TFR”. Se verso soldi in un conto, il saldo sale. Ma grazie ai soldi aggiunti, non agli interessi accreditati. Vale lo stesso discorso, se ad alcuni risulta ora nel fondo una somma più alta rispetto al Tfr accantonato di chi non ha aderito. Ciò è dovuto soprattutto non al rendimento delle gestioni di categoria, bensì ai soldi in più versati da loro stessi e dai datori di lavoro, fra l’altro a discapito di quanti non hanno aderito. Per giunta, cosa regolarmente taciuta, i cosiddetti contributi datoriali sono sicuri al massimo per quattro anni e poi non più.

Il TFR si è rivalutato nel decennio del 25% netto. Quindi nessun fantasmagorico 44% in più, ma semmai un 13%, pari a un 1% annuo. E, concordando col giudizio già espresso dall’ufficio studi di Mediobanca, un tale differenziale è troppo modesto a fronte dei rischi molto maggiori, cui i futuri pensionati sono stati esposti.

In ogni caso, per chi ancora lavora, il vantaggio è solo contabile. È tutto da vedere se la situazione non si ribalterà prima della pensione, perché i tassi di mercato congiurano contro la previdenza integrativa e a favore del Tfr.

 

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