La strage del lavoro a quota 605 vittime

23.10.2019 19:41

Da inizio 2019 sono  605 i morti del lavoro.

Nel primo semestre del 2019 sono stati denunciati 482 infortuni mortali sul lavoro, il peggior dato dal 2016 (da quando sono iniziati i bollettini trimestrali Inail consultabili). Nel 2016 infatti le denunce di morti sul lavoro erano state 461, salite poi a 473 nel 2017 e leggermente calate a 469 nel 2018. Ma questi dati escludono i lavoratori morti in itinere cioè mentre stavano andando o tornando dal lavoro. Sulla base di questi parametri i morti sul lavoro nel 2019 erano 599 fino a giovedi alle 12.00. Con i quattro lavoratori morti ad Arena Po sono saliti a 603.

Guardando ai dati annuali, il 2018 è stato l’anno peggiore degli ultimi tre. Se, infatti, se il 2016 si era chiuso con 1.018 vittime e il 2017 con 1.029, nel 2018 si è arrivati a 1.133 morti sul lavoro (+10%).

Il 2019 rischia, alla luce dei numeri del primo semestre, rischia di diventare l’anno peggiore della guerra sul lavoro per i morti avvenuti.

 

Morti su lavoro, in Italia aumentano: sono 3 al giorno. Strage negli ultimi 7 mesi: 599 vittime. “Le leggi ci sono. Ma mancano i controlli”

 

L’ultimo rapporto Inail dice che tra gennaio e luglio del 2019 le vittime sono state 12 in più rispetto allo stesso periodo del 2018, con un aumento del 2 percento. I sindacati: "Numeri al ribasso. in questo conteggio non rientrano i milioni di lavoratori di categorie non coperte da assicurazione Inail". L'operaio rappresentante dei lavoratori della sicurezza: "Basta chiamarle morti bianche. Così sembra che non ci siano responsabili, quando invece sono perfettamente riconoscibili"

| 13 Settembre 2019

Precipitati dai tetti di un capannone, incastrati tra i rulli di un macchinario, folgorati da scariche elettriche. Oppure, come nell’ultimo caso dell’azienda agricola di Arena Po, in provincia di Pavia, annegati dopo essere caduti in una vasca agricola. Sono tantissime le dinamiche di quella che i sindacati hanno iniziato a chiamare la “strage inaccettabile”. Ed è difficile dar loro torto sull’utilizzo del termine, guardando ai numeri: da gennaio a luglio del 2019, in Italia, 599 persone sono morte mentre si trovavano sul posto di lavoro.

 

L’ultimo rapporto Inail, pubblicato in agosto, dice che le vittime nei primi sette mesi del 2019 sono state 12 in più rispetto allo stesso periodo del 2018, con un aumento del 2 percento. “Sono dati che tra l’altro vanno considerati al ribasso: in questo conteggio non rientrano i milioni di lavoratori di categorie non coperte da assicurazione Inail, come i vigili del fuoco. E bisogna ricordare che tantissimi lavoratori stranieri, poco informati sui loro diritti, spesso non denunciano, e sono impiegati in settori molto a rischio, come l’agroalimentare e l’edilizia”. L’analisi dell’Inail mostra come sia proprio l’agricoltura il settore che ha visto aumentare più di tutti il numero di denunce nel 2019: +22 (da 56 a 78) a fronte di 10 casi in meno nell’industria e servizi (da 522 a 512). Ad aumentare, pur rimanendo molto basse, sono anche le denunce di infortuni mortali per lavoratori comunitari (da 29 a 40) ed extracomunitari (da 64 a 71), mentre tra gli italiani si registrano sei casi in meno. “La sicurezza è vissuta sempre più come un costo, ma è esattamente il contrario, anche i termini economici: rappresenta un investimento, se si considerano i costi enormi degli incidenti gravi per il nostro sistema sanitario nazionale”. Dettori chiede subito un confronto con il nuovo governo e chiede, come prima cosa, una marcia indietro: “Questo fenomeno è legato alla crisi economica: le morti sul lavoro sono conseguenza ovvia di lavori precari e riduzione delle tutele. Ma con lo sblocca cantieri la situazione è peggiorata: è diventato molto più semplice fare lavori in subappalto, dove è più difficile fare verifiche, il lavoro nero è molto diffuso e le aziende investono meno in sicurezza e formazione”.


“Ma oltre ai numeri, il problema è culturale”, dice Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. “Io vorrei innanzitutto che smettessimo di chiamarle ‘morti bianche’: così sembra che non ci siano responsabili, quando invece sono perfettamente riconoscibili. E non sono neanche eventi casuali: dipendono solo dal fatto che nelle aziende ormai non si rispettano neanche le norme più basilari di sicurezza”. Secondo Bazzoni, non è un problema di legislazione, ma di volontà politica: “Se un governo dimostra di disinteressarsi alla sicurezza sul lavoro, qualcuno si sente più libero di fare come gli pare. Le leggi ci sono, bisogna renderle efficaci. Prendiamo il numero dei controlli: in Italia ci sono 4 milioni e mezzo di imprese, ma i tecnici della prevenzione delle Asl sono meno di 2000. Significa in media un controllo ogni 20 anni. Questa è questione di volontà politica”.

L’analisi per classi di età dell’Inail mostra un aumento delle vittime tra i 45 e i 54 anni (+43 casi) e in quella 20-34 anni (+19), mentre ci sono stati nove decessi in meno per i lavoratori tra i 35-44 anni e 39 in meno per quelli tra i 55 e i 69 anni. Dal punto di vista territoriale emerge invece un aumento dei casi mortali solo nell’Italia al Centro (10 in più, a 110 a 120) e al Sud (da 119 a 134), mentre al Nord c’è una diminuzione di 25 casi. A livello regionale, spiccano le 16 vittime in più della Puglia e le 17 in meno del Veneto. In termini assoluti, la Lombardia continua a essere la regione più colpita: 103 persone morte sul lavoro da inizio anno. “Una situazione inaccettabile”, secondo Cgil, Cisl e Uil regionali, che chiedono alla Lombardia di “rafforzare un’attività ispettiva palesemente insufficiente, inadeguata, rispetto al grave peggioramento degli accadimenti infortunistici, e in particolare di quelli mortali.

 

 

ANCORA UNA STRAGE OPERAIA

La storia si ripete, e sempre in forma di tragedia. Ancora una strage operaia. Le istituzioni diranno anche questa volta : “mai più” ?

Ennesima strage operaia; finirà dimenticata come quella di Modugno del 2015? Questa volta la strage non è connessa a una merce la cui produzione deve essere eliminata alla radice (fuochi artificiali) ma al comparto zootecnico. Non è la prima volta che gruppi di operai rimangono asfissiati e che si consuma una strage evitabile con una semplice valutazione del rischio e con una spesa irrisoria (maschere per le vie respiratorie). Non a causa di liquami ma per gas metano si verificò una strage simile a Bologna nel 1990 (tre morti, compreso “l’imprenditore”).

Ora stessa tragica dinamica (muore anche il soccorritore!). Nella tragedia di Arena Po c’è una contraddizione in più: si tratta di immigrati. Essi vanno meglio supportati nella valutazione e gestione del rischio aziendale. Spesso ritroviamo immigrati al lavoro in campagna in condizioni schiavitù (vedi Casamassima e Brindisi di recente). Non è la situazione di Arena Po ma è un’altra questione da affrontare. Anni fa abbiamo fatto una proposta alla Regione Puglia per la vigilanza nelle campagne: nessuna risposta. Giriamo la proposta alla ministra Bellanova: formare equipes ispettive con funzioni di vigilanza e di formazione (una specie di medici-ispettori). Però non possiamo attendere risposte che difficilmente arriveranno: dunque proponiamo di costituire consulte popolari territoriali per la prevenzione (certo aperte alle istituzioni, se vorranno ascoltare). Partiamo immediatamente, da Bologna: basta lacrime di coccodrillo.

(**) Vito Totire è medico del lavoro

LA BANALITA’ DEL MALE.........................

di Marco Caldiroli (*)

Il titolo del saggio di Hanna Arendt sui tanti “piccoli” esecutori anonimi e autoassolventi ingranaggi della macchina dello sterminio nazista ben si presta, con le differenze del caso (non di genocidio parliamo ma sicuramente di stragi) a inquadrare diverse notizie che ci colpiscono anche nella nostra quotidianità.
Come Medicina Democratica l’abbiamo visto ripetute volte nelle aule di giustizia dove grandi professori negano l’evidenza della correlazione tra infortuni, malattie professionali e disastri ambientali con processi produttivi inquinanti quanto obsoleti e vetusti con l’unico scopo di spremerne il profitto residuo e poi abbandonarli (quanti sono i siti industriali inquinanti dismessi finiti a “carico” del pubblico ?).
Per dirla come Luigi Mara, arrivavano a “negare la formula chimica dell’acqua” pur di sostenere le ragioni del padrone di turno.
Professoroni che poi firmano letteratura scientifica internazionale e si presentano come la “neutra scienza” oggettiva (“non democratica”) e il rinnovamento anche tecnologico dei processi (la green economy farlocca, troppo spesso una riverniciata di verde alla ruggine dei vecchi impianti e produzioni).
Il tutto, per dirla come nella chiusa del rinvio a giudizio per il processo di Porto Marghera, dall’allora PM Felice Casson : “con l’aggravante del futile motivo : il profitto”.
Di questo andazzo fanno parte l’approccio diffuso di “non manutenzione” (tanto ci sono le assicurazioni, se succede qualcosa, come in un noto documento Montedison degli anni ’70 che giustificava i mancati interventi sugli impianti chimici e quindi la voluta messa a rischio dei lavoratori pur avendo ben presenti gli interventi da fare per prevenire infortuni e malattie). Vale per i viadotti come le macchine operatrici e i luoghi di lavoro stessi.
Se ci si pensa bene anche gli ultimi infortuni (per restare a quelli mortali) che siano dovuti a asfissia in luoghi confinati, ribaltamento di mezzi di movimentazione, macchine che si “muovono” apparentemente da sole e schiacciano vite operaie, sono tutti “figli” di questa filosofia che non soltanto una questione monetaria, di mancata volontà di investire, ma parte proprio da una incapacità di vedere oltre la produzione/profitto immediato e da una deresponsabilizzazione a priori (“fanno tutti così”).
E in questa “economia circolare” della morte (la mancata individuazione dei rischi ne incrementa la probabilità, la morte operaia non “insegna” alcunché né ai padroni né ai politici ma, spesso, neppure ai lavoratori che sono precari e hanno un modo unico per “scamparla”, fuggire dal posto di lavoro per sperarne in un altro, sempre sottopagato, ma meno rischioso) che il ruolo dei “tecnici” trova la sua celebrazione. Ai rari casi di resistenza individuale vi sono lunghi elenchi di sottomessi o anche di “più realisti del re” nella speranza di “cavarsela” in caso di guai grazie alla farraginosità giudiziaria e al sostegno dei vegli “ultimi utilizzatori” di queste “prestazioni”.
Relazioni “modificate”, prove non condotte in modo corretto, sottovalutazioni ecc si innestano in un contesto di norme “semplificatorie”, autocertificazioni e mancati controlli (anzi, oramai, letteralmente mancanza di controllori non stipendiati dai controllati).
E possiamo continuare: valutazioni del rischio aziendali “a fotocopia”, pagate profumatamente ma di nessun aiuto per individuare i rischi e i modi per intervenire, o anche ben fatte e lasciate in un cassetto. Formazione dei lavoratori lasciata a soggetti “pirata” senza reali qualifiche e conoscenze.
Su tutto questo la prospettiva di condanne lievi (v. caso Lamina di Milano, 4 morti per 1 anno e 8 mesi) e, al più, qualche esborso economico prontamente recuperabile (anche in questo caso il caso Lamina “insegna”: 4 milioni alle famiglie per farle uscire dal processo e così permettere il patteggiamento da parte del responsabile): appunto non manutenere, uccidere e poi far pagare le assicurazioni se la “sfortuna” si accanisce sul povero imprenditore (assicurazioni che a loro volta fanno un calcolo alla rovescia, contano sul non superamento di una soglia infortunistica tale da garantire loro comunque e sempre un profitto, avanzi di bilancio dell’INAIL docet). E via daccapo contando sulla “buona sorte” (e attrezzandosi con professoroni e avvocati in caso contrario).

In questi eventi così apparentemente diversi tra loro vi è un filo comune che è indispensabile aver sempre presente ai fini di una reazione da parte dei soggetti interessati che sia efficace ovvero produca prevenzione (se i lavoratori non vogliono continuare ad essere le vittime sacrificali al più in qualche modo “risarcite” o cercare di “sfangarla” individualmente) : l’informazione e l’appropriazione di una conoscenza per modificarla dal proprio punto di vista e per gli obiettivi di autotutela.

La costruzione di una conoscenza dei lavoratori dei cicli produttivi e dei relativi rischi per evitare di essere presi in giro dal primo “professionista” di passaggio (responsabile del servizio di prevenzione e protezione, consulente, medico competente) e poter riprendere l’iniziative su propri obiettivi e non solo quelli (pur da attuare) del rispetto della norma cui non vanno oltre (nei rari casi in cui ciò è reso possibile) gli enti preposti (USL/ASL, ispettorati, polizie, vigili del fuoco).
Si tratta di attualizzare una pratica diffusa dagli anni ’70 (ancorché allora comunque ristretta ma che ha fatto tremare i padroni e ha prodotto una riforma sanitaria, nel 1978, che andava in questa direzione come anche ha prodotto condanne come quella di Porto Marghera ed in modo intermittente in altri casi come l’esposizione all’amianto). Non remano contro solo l’affievolirsi di una “coscienza civile” (dei tecnici) e di lotta (dei lavoratori/lavoratrici) ma anche un contesto di lavoro ben diverso, ben più “povero”, rispetto ad allora dove è difficile il solo riconoscimento di sè stessi e tra lavoratori quale “gruppo omogeneo” sottoposto ai medesimi rischi e quindi il soggetto centrale per individuare e imporre interventi efficaci.
E’ una pratica da costruire, con fatica e impegno individuale, non basterebbe un venerdì alla settimana e gli obiettivi non sono (solo) generali ma puntuali, in ogni singolo luogo di lavoro, e implicano non solo la protesta ma la lotta quotidiana (“cumulativa”) contro altri soggetti in carne ed ossa; ma non ci sono scorciatoie né angeli custodi che intervengono solo perché è palese da che parte sta la ragione.
Alla banalità del male necessita contrapporre la “originalità” del pensiero e dell’azione del movimento dei lavoratori . Una nuova alleanza tra tecnici e lavoratori è parte della via di uscita ovvero di imposizione, in ogni luogo di lavoro, di politiche di prevenzione degli infortuni e malattie . Sempre che si voglia davvero ridurre le morti sul lavoro (ma anche sulle strade e nelle case) e non ridurre il tutto a una questione assicurativa o di definizione del livello del “risarcimento” alle vittime che, in questo modo, continuerebbero ad essere tali riproducendo un meccanismo che verrebbe alimentato da nuove vittime …. "la banalità del male".

 

 

 
 

 

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